Durante la rilettura del manoscritto del libro Fisherman Americani, attualmente in fase di revisione ed ampliamento, non ho potuto non soffermarmi su un passo che ritengo sempre più attuale.
“L’azione del vento, della salsedine, del sole,
Cit. Fisherman Americani
influiscono continuamente sulla barca e la
logorano profondamente, se non ben
costruita. La barca può ben dirsi l’oggetto
che, tra tutti quelli che le mani dell’uomo
possono creare, dev’essere il meno
“biodegradabile” possibile, in primo luogo
perché generalmente non ci si può
permettere di cambiarla ogni anno, in
secondo luogo perché per conoscere una
barca, per quarto piccola e semplice possa
essere, sono necessari anni”
La qualità oggi costa più cara rispetto a quindici o venti anni addietro, per cui il diportista che vive del proprio lavoro, oggi ha accesso a barche mediamente peggio costruite, a parità di costo, rispetto al periodo passato.
Per accedere ad un prodotto di qualità elevata, bisogna spendere più che proporzionalmente rispetto ad un tempo, vuoi per la inarrestabile svalutazione del denaro, vuoi perché gli argomenti commerciali prima erano esclusivamente la marinità dello scafo, la qualità tattile, l’alternativa di scelta tra diversi tipi di trasmissione su uno stesso modello; oggi la tecnologia permette di avere molti più argomenti, tali da mettere in ombra quelli che attengono le basi costruttive e progettuali della barca: oggi conta più l’elenco di accessori elettronici, domotici, satellitari, che un pozzo catene rapidamente accessibile; conta più il kit di pad in falso teak piuttosto che un antisdrucciolo prodotto con un pattern robusto ed estetico, con spessori in grado di reggere l’usura di anni di utilizzo ed agenti atmosferici, ma gli esempi potrebbero proseguire ad libitum.
E se il volano dell’economia si alimenta del ricambio sempre più frequente e continuo dei prodotti, è chiaro che la loro durata limita l’incremento dei volumi economici. Allo stato attuale, quindi, una barca che si usuri precocemente è funzionale al sistema economico vigente.
Tanto più noto, e non solo io, che lo studio dei materiali sia via via stato ri-orientato dalla ricerca della efficienza e durevolezza degli stessi all’appeal estetico, trascurandone la resistenza agli agenti atmosferici.

Dunque, il cane si rimorde la coda: se l’intento della tecnica industriale applicata alla nautica – per lo meno dal punto di vista delle intenzioni dichiarate – è sempre stato quello di avere materiali sempre più efficaci, efficienti e resistenti da ridurre la manutenzione a bordo, con materiali di sintesi che non richiedessero costanti interventi stagionali, oggigiorno siamo arrivati al punto da averli rimpiazzati con nuovi materiali, di resa estetica e possibilità di lavorazione molto superiori, ma difficilmente riparabili/manutenibili, al punto che la via obbligata è spesso la sostituzione.
Cosa ci abbiamo guadagnato, e cosa perso?
- Il mercato, ha guadagnato volumi di scambi commerciali molto maggiori rispetto all’epoca del “ripara e vai avanti”, ma cosa ha perso? Di questo passo, molto presto, la fiducia dei consumatori.
- I diportisti, forse, hanno guadagnato una maggiore flessibilità di allestimento della barca? Cosa hanno perso? La possibilità di intervenire in modalità fai-da-te, di recuperare materiali di primo equipaggiamento dapprima manutenibili ed oggi solo sostituibili con parti nuove, quindi molto spesso costi di gestione maggiori;
- E l’ambiente? Ci ha perso, spesso, nettamente.
Un elementare esempio è proponibile sui materiali da rivestimento di coperta, il cosiddetto “finto teak” o anche i rivestimenti in forma di “mat” pretagliato o sagomabile. Principalmente siamo dinanzi a due tecnologie: il PVC e l’EVA.
Questa è la situazione relativa allo smaltimento, senza tecnicismi né digressioni in questa sede non utili:
Finto teak in PVC → non è biodegradabile e, essendo spesso costituito da materiale plastico espanso o composito, non è normalmente riciclabile come un semplice PVC pulito. Può però essere recuperato in specifiche filiere per materiali plastici/compositi.
Finto teak in EVA → è ancora più problematico dal punto di vista del riciclo: l'EVA è un materiale plastico reticolato/espanso e spesso viene gestito come rifiuto plastico non facilmente riciclabile.
Il vero “green” è ciò che dura e resiste, non ciò che non richiede l’abbattimento di alberi adesso, ma poi necessita di quantità abnormi di energia per smaltirlo.
Ecco perché orientarsi su una barca usata, per poi refittarla, non è affatto insensato, se la base di partenza è un mezzo che, ai suoi tempi, fu costruito con crismi orientati alla durata nel tempo.

La scelta di riportare ai vecchi fasti un fisherman con quindici o più stagioni alle spalle, è “anti-economico” nell’accezione positiva del termine: va, cioè, controcorrente rispetto alla tendenza attuale di accelerare la consumazione dei beni prodotti. E a noi piace il mare di prua, esalta le doti dei nostri fisherman vissuti e tosti.
Il ritorno all’economia sana, che offre prodotti su cui gli utenti possono fare affidamento, a mio parere è prossimo. Ben venga la tecnologia, ma quando a beneficiarne è sia chi produce, sia chi può utilizzarli con profitto e soddisfazione.
Buon mare,
Benedetto Rutigliano
SPORTFISHING BOAT SPECIALIST (per consulenze CLICCA QUI)
Perito Nautico, iscrizione n.1502 al Ruolo dei Periti ed Esperti Nautici della CCIAA di Bari
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Autore di Fisherman Americani
Autore di Barche da pesca di ieri e di oggi
Autore di “Le 11 buone ragioni per NON comprare una barca (ed una per farlo)”
Autore di “La Barca da Pesca Perfetta- Guida sintetica” eBook
Scrittore per la rivista Pesca in Mare
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