Davis 61: un sogno americano in Italia

Un tramonto come tanti a Capo di Santa Maria di Leuca, passeggio sul lungomare e tappa obbligata al porto turistico, dove i miei occhi erano alla costante ricerca di torri e divergenti tra la miriade di tendalini e gusci bianchi variamente dondolanti, che ben poco sapevano di mare e molto di salotto parcheggiato…

Ogni estate che passavo in Salento era (ed è) sin da bambino, una nuova occasione per ammirare da vicino qualche fisherman in transito.

Il porto turistico di Santa Maria di Leuca, visto dal faro.

Delle mie tante passeggiate agostane al porto turistico di Leuca ne ricordo una in particolare, perché si materializzò, in lontananza, la visione di una sagoma che avevo visto solo sui numeri di Power and Motoryacht e sull’allora in voga rivista italiana Motonautica. Su quest’ultima la foto di un Davis 61 si estendeva per quattro pagine sistemate a portafoglio… e quando le dispiegavo mi ci perdevo in ogni dettaglio di quel miraggio…

In banchina, sul pontile più esterno destinato alle barche in transito, c’era un Buddy Davis 21. Il nome inciso sullo specchio di poppa ligneo con lettere in foglia oro lucido era

“Americana”

In questo articolo parlo di Americana, perché ora il primo sportfishing yacht che abbia mai visto è in vendita, dopo oltre quindici anni sotto le cure maniacali del suo proprietario, oggi passato ad una barca più grande, sempre un Davis, tra l’altro!

Appena giunto davanti alla barca, fui investito da un odore di teak e mogano che ricordavano catture di marlin in pieno Oceano anche se non ne ho mai fatte. Quell’odore parlava e sapeva di buono…

Ricordo che mio padre e mia madre rimasero seduti al bar della darsena, ed io e mia sorella (allora poco più che ragazzini) ci facemmo avanti con un inglese da terza liceo, per salutare e chiedere ai due ragazzoni dell’equipaggio (americani anche loro) se fosse possibile fare qualche foto con la mia stagionatissima macchina fotografica a rullino.

Con un cenno di braccio, tenendo in mano una birra con cup holder, rigorosamente in lattina (e sarei pronto a giurare che fosse una Bud… 😀 ) uno dei due, che sedeva sulla falchetta poppiera ricambiò il saluto e ci disse: “Welcome, please do it!”

Cominciai a scattare, da varie angolature, nonostante tutta la maestosità della svettante tuna tower non entrava in quell’obiettivo da quattro soldi. Fu la prima volta che vidi un center rigger e due divergenti a 3 crociere.

I due videro che eravamo visibilmente rapiti da quella visione ed il secondo, quello al momento del saluto con la birra in mano era intento a pulire i trincarini con mazza e spazzola, aprì la tuna door e ci invitò a salire a bordo!

Feci salire mia sorella, perché a me interessavano le foto, quante più possibile, da potermi vedere e rivedere durante l’inverno, sognando quell’ americana… di nome e di fatto…

Mia sorella, all’epoca quattordicenne, sedette sulla sedia da combattimento, una Murray Brothers tutta teak ed inox a specchio, per scattarle qualche foto. Poi salii anch’io: ciò che mi colpì fu la sensazione di essere sulla terraferma.

Sembrava di essere su una barca costruita in marmo, rifinita in teak.

Inconfondibili il cavallino rovescio che sale nettamente dai trincarini poppieri piatti fino a prua con lo stacco raggiato classico di Davis Yachts,  la prua a becco d’anatra ed un flare a dir poco “pazzesco”.

La finestratura poppiera, con vetrature fumé incorniciati da un bel teak lucido, che seguono perfettamente la sagomatura a schiena d’asino della pontatura superiore del flybridge, ha qualcosa che suscita l’idea di stare per entrare in una di quelle carrozze ferroviarie extralusso dei ricchi latifondisti dei film western… E l’odore, effettivamente, doveva essere proprio lo stesso quando ci si entrava: quello delle essenze di legno e del cuoio.

Internamente, come ogni Convertible puro, manca ovviamente la finestratura prodiera, perché qui la guida interna manca. Gli americani preferiscono una struttura monolitica a prua anziché un po’ di illuminazione naturale in più all’interno, perché con il mare grosso se è buio si può sempre accendere la luce… ma se le onde picchiano troppo, è bene che lo facciano su una solida parete di compensato di mogano e vetroresina stratificata a mano.

Sì, perché questo Buddy Davis è costruito con la famosa tecnica jig construction. Tale tecnica prevede la costruzione di uno “scheletro” su una struttura portante destinata ad essere rimossa dopo che lo scheletro sia stato completato e resinato esternamente da pelli di vetroresina. E’ la tecnica che fonde al meglio la tradizione (legno) con aspettative di durata praticamente infinita di queste barche (N.B.: non si legga la parola “infinita” come assenza totale di manutenzione ed interventi, anche importanti, a distanza di anni, fatto che è inevitabile a bordo di qualsiasi barca, piccola o grande essa sia).

Il salone è arredato in maniera elegante ma essenziale. Notare i portacanne a soffitto.

Ritornando agli interni, qui si respira aria 100% americana, dagli arredi alla ridondanza dei rivestimenti ed alla presenza di portacanne a soffitto in ogni dove. I mobili sono di una solidità estrema e le raccordature ai rivestimenti delle pareti sono impeccabili. Tutto è fatto con la cura di un maestro d’ascia raffinato e meticoloso: sembra che il mitico Buddy non amasse essere criticato, stando alle finiture inappuntabili.

Sottocoperta la compartimentazione ed i layout delle cabine è tradizionalmente “fishing”: ad estrema prua la matrimoniale con letto matrimoniale queen size, illuminata da un massiccio passo d’uomo; a mezza barca si trovano altre tre cabine, due delle quali con letti a castello ed una disposta per baglio con letto matrimoniale (considerabile, questa, la vera cabina armatoriale). I servizi sono tre, di cui due en-suite per la cabina di prua e quella armatoriale. Tutte le cabine sono provviste di passi d’uomo, tuttavia è bene ricordare che

su questa barca non esistono oblò a murata, fuorché uno del locale toilette di dritta.

La ragione è la stessa espressa a riguardo della “cecità” prodiera dell quadrato: con l’Oceano non si scherza. per chi volesse finestrature a pelo d’acqua ed oblò il mercato è pieno di sfavillanti yacht, anche ben più economi di questa signora del mare in termini di consumi, per giunta.

Questo è un destriero da domare, che si esalta nel mosso per le sue caratteristiche costruite attorno all’assunto che per andare a largo c’è bisogno di un mezzo solido e senza compromessi.
Evidentemente per il vecchio Buddy gli oblò lo erano!

Quanto alle prestazioni, questa barca, propriamente non un peso piuma, riesce a sfoderare numeri da trenta piedi rampante: 26 nodi di crociera e ben 32 nodi di velocità di punta! Il tutto grazie ad una coppia di americanissimi GM da 1480cv ciascuno.

La riserva di carburante di 6000L consente un’autonomia da fisherman oceanico, quale il Davis 61 è. Il baglio di 5.20m, misurati al bordo di prua dove il flare si fa più vistoso, da stabilità e conferisce all’avanzare di questo schianto di yacht da pesca un’impronta sicura con ogni mare.

La helm pod station sul fly, che permette la manovra anche di spalle. per tenere sotto controllo l’azione di pesca in pozzetto.

Sarebbe meraviglioso condurre Americana dalla plancia sulla tuna tower affrontando il mare formato di prua, e vedere il lavoro affascinante sui marosi di quella caliciatura esagerata, marchio di fabbrica delle imbarcazioni Davis…! 

Per maggiori informazioni su questa barca, attualmente in vendita, contattaci scrivendo ad info@fishermanamericani.com

PS: non dimenticare di leggere il libro Fisherman Americani – il Libro delle Barche per la Pesca Sportiva, l’unico libro con consulenza telefonica inclusa!

Vi faccio presente, con l’occasione, anche l’ eBook La Barca da Pesca Perfetta- Guida Sintetica- che trovate anche su Amazon!

 

A presto e Buon Mare!

Benedetto Rutigliano

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